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IL RUOLO DELL’OSTEOPATIA NELLA GINNASTICA ARTISTICA
Dott. Ivano Colombo
Osteopata D.O. M. Roi - Dottore in Fisioterapia
Nell’affrontare l’assistenza ad un team di sportivi, oltre che curare le patologie che insorgono durante la pratica del gesto atletico, ci si deve porre l’obiettivo di capire se il nostro intervento possa in qualche modo ridurre l’incidenza degli infortuni, e ancor di più, prevenire le eventuali disfunzioni che, ora nascoste, possono più in là nel tempo procurare danni e patologie.
Gli sportivi professionisti o dilettanti subiscono quotidianamente traumi fisici (anche di lieve entità) spesso sottovalutati, sia enormi pressioni psicoemotive. Le conseguenti alterazioni (non sempre visibili o diagnosticabili) a livello muscolo-scheletrico, viscerale e neurovegetativo hanno enormi ripercussioni sull'equilibrio dell'atleta, predisponendo affezioni come tendiniti, lombalgie, pubalgie, distorsioni, stiramenti e distrazioni muscolari, e quant'altro, spesso senza un motivo apparente. Altresì anche a livello amatoriale il soggetto sportivo ha un sovraccarico di posizioni scorrette, da "stress" lavorativo e familiare, e tutto ciò può portare a dolori muscolari e scheletrici che sono la manifestazione a distanza delle alterazioni sovracitate.
Assistendo agli allenamenti ed alle gare , la mia attenzione è stata attirata dalle sollecitazioni che la colonna vertebrale di queste giovani atlete deve sopportare. Molti tra gli esercizi che eseguono, ripetuti varie volte negli allenamenti al fine di comprenderne la corretta esecuzione e migliorarla sempre più, prevedono un iperestensione del rachide, con accentuazione delle lordosi e inversione delle cifosi. E’ nata l’esigenza di verificare quali fossero le conseguenze che una forzatura di questo tipo arrecava alla statica, alla dinamica e alla meccanica del rachide; ho utilizzato inoltre i concetti della biomeccanica di John Littlejohn, con le sue linee di forza, gli archi funzionali e le vertebre pivots, per integrarli con l’applicazione del gesto atletico nella ginnastica artistica.
Prima di entrare nel dettaglio di questa ricerca mi sembra opportuno accennare ad alcuni concetti già espressi i precedenti articoli sulla biomeccanica di John Littlejohn, sulle catene muscolari e, d seguito, sulle lesioni osteopatiche del rachide.
LE LESIONI COMPLESSE
Nel posizionamento di una vertebra in lesione complessa sono presenti tutti i parametri di movimento: Flessione ( F), Estensione (E) , Sidebending (S) dx e sx, Rotazione (R) dx e sx. Si definiscono di due tipi: tipo 1 e tipo 2. È presente anche la lesione complessa di tipo 3 che presenta caratteristiche sia di tipo 1 che 2. Si definisce complessa perché entra in gioco il meccanismo di movimento costo-vertebrale.
Fig. 6-1
LE LESIONI DI TIPO 1
Si definiscono FSR o NSR, dove N è un parametro neutro di flesso-estensione. Si manifestano nel rispetto della 1^ legge di Fryette, ovvero quando si è in posizione Neutra
( 0 Û 10 : 15 gradi di estensione), e in moderata flessione ( 0 Û 15 : 20 gradi di flessione). Si ha appoggio solo sul disco e le apofisi articolari sono in scarico. Il parametro R è dal lato opposto di S. Sono lesioni di compenso e coinvolgono più vertebre (lesione di gruppo); il caso classico è la scoliosi.
LE LESIONI DI TIPO 2
Si definiscono FRS o ERS , intendendo che R guida la lateralità (S). R ed S sono verso lo stesso lato. È l’apofisi articolare che è fissata in F od in E. Sono lesioni monosegmentarie inquadrate nella 2^ legge di Fryette.
LE LESIONI COMPLESSE DI TIPO 3
Sono lesioni di tipo 2 con il parametro di Rotazione e Sidebending dallo stesso lato, partendo però di un posizionamento di Estensione bilaterale della vertebra dorsale; sono in genere lesioni di compenso e/o di accomodazione.
Partendo da una FSR si attua una estensione bilaterale, con le apofisi articolari che effettuano uno scivolamento convergente, che però risulta limitato da in lato. Le apofisi spinose si compattano una con l’altra, e quando aumenta ancora il parametro di Estensione, il Sidebending diminuisce. Chiaramente il Parametro di Estensione non risulterà simmetrico: i muscoli della catena posteriore non si contraggono simmetricamente determinando così una lateralità, che , preceduta da una rotazione omologa, decoatta le apofisi articolari e soprattutto le spinose, permettendo il movimento.
Per la partecipazione dei muscoli della catena retta posteriore, queste disfunzioni potranno interessare più vertebre; ci troviamo di fronte ad una plurisegmentarietà dove però la rotazione è dallo stesso lato della lateralità.
Le definiamo disfunzioni plurisegmentarie di tipo ESR ( diverse dalle lesioni monosegmentarie di tipo ERS). Bisogna però assolutamente porre attenzione che nel caso di una ESR, R ed S SONO DALLO STESSO LATO! Ciò avviene solo nell’ESR di gruppo.
Le lesioni in ESR evidenziano un’apparente leggera scoliosi e si producono SOLAMENTE a livello dorsale. Un dato interessante è che per effetto dell’Estensione, si rileva una diminuzione della cifosi fisiologica, e a volte, un dorso piatto.
Non vengono considerate fissazioni articolari a tutti gli effetti; la spiegazione più plausibile coinvolge invece l’azione dei muscoli poliarticolari (epispinoso, lungo dorsale, sacrolombare) .
DISCUSSIONE
Prendendo in esame la valutazione osteopatica e funzionale effettuata sulle atlete emergono questa considerazioni:
Sono state valutate 10 atlete di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, tutte appartenenti alla stessa squadra e tutte sottoposte alla stessa metodica di allenamento
Nessun’atleta ha riferito di aver subito in passato traumi muscolo tendinei di particolare rilevanza, o che abbiano determinato uno stop significativo dell’attività di allenamento o agonistica
Poche atlete hanno subito traumi strutturali, per lo più distorsioni alla tibio-tarsica. L’unica frattura subita da un’atleta non è stata determinata dall’attività sportiva
Nessun’atleta presenta restrizioni muscolo fasciali. Quasi tutte le atlete hanno un comparto addominale molto tonico. L’allenamento dei muscoli addominali è necessario per mantenere il corretto atteggiamento nelle varie posizioni sia statiche che dinamiche intraprese dall’atleta nel gesto tecnico. Inoltre bisogna rimarcare che nelle sedute di allenamento il numero di ripetizioni è elevato, per favorire la ricerca di automatismi.
Qualche atleta, contemporaneamente all’attività ginnica, sta’ effettuando una terapia di correzione ortodontica
Tutte le atlete presentano disfunzioni nel tratto dorsale fra D7 e D12, eccetto una che presenta una disfunzione in zona lombare. La maggioranza presenta disfunzioni classificabili nel parametro E. Tra queste la maggioranza ha una lesione complessa di tipo 3; le altre presentano lesioni complesse di tipo 2.
Tutte le atlete valutate presentano un atteggiamento in iperlordosi del rachide lombare, ma contrariamente alle aspettative, nessuna ha un’ipercifosi dorsale di compenso. Questo forse per effetto delle disfunzioni complesse di tipo 2 e 3 riscontrate, come tenterò di giustificare più avanti
L’atteggiamento ad arco comporta la contrazione dei muscoli della catena posteriore (sacrospinale) e concentra la maggior estensione delle vertebre tra D8 – D12. La contrazione del trasverso dell’addome e della parete addominale diminuisce il compenso estensorio lombare, concentrando tutta l’azione sul tratto dorsale basso ( e questo è un parametro importante per la corretta esecuzione dell’atteggiamento ad arco). C’è da notare che la linea anteroposteriore, per effetto dell’iperlordosi e della conseguente risalita dell’apice coccigeo, durante il suo tragitto non attraverserebbe più il corpo vertebrale di D11 e D12, alzandosi di qualche livello ( D8, D9, D10) e creando una situazione anomala proprio nel pivot interarco D9, tra l’arco dorsale e quello lombare. Così si potrebbero giustificare le disfunzioni di tipo 2 e 3 in Estensione, proprio in quel tratto, repertate sulla maggioranza delle atlete
Atteggiamento ad arco
Nell’economia degli archi funzionali, il tratto D8-D9, che fisiologicamente già subisce maggiori sollecitazioni di tipo gravitario, nella ginnastica artistica subisce quindi le maggiori sollecitazioni di tipo funzionale per l’impegno a cui certi atteggiamenti lo costringono
La ginnastica sfrutta molto la Catena Retta Posteriore per il già citato atteggiamento ad arco. La ginnasta deve spesso inarcare il busto anche quando è in attitudine di volo. In questo modo perde uno dei requisiti fondamentali di funzionamento della catena retta posteriore, ovvero il punto d’appoggio dei piedi al suolo. In questo caso il punto di convergenza delle forze muscolari della catena si concentra intorno a D10 che diventa il nuovo fulcro del movimento e che già è un punto tensionale della catena retta posteriore in condizioni di fisiologia. La Catena retta Posteriore, come già detto trova le sue convergenze di forze oltre che in C3, C7, anche in D10 e in L3.
Tutte le atlete che per attuare l’atteggiamento ad arco compiono un gesto tecnico corretto, contraendo la parete addominale per non accentuare l’estensione lombare e concentrare il movimento di estensione sulla parete dorsale, presentano disfunzioni di movimento nel tratto dorsale basso nel parametro E (estensione). L’unica atleta che presenta difficoltà ad eseguire correttamente questo gesto, non controllando la zona lombare con la contrazione addominale, non presenta restrizioni di movimento sul rachide dorsale, ma sposta il problema a livello della cerniera lombosacrale. Ciò probabilmente perché il fulcro del movimento di estensione , soprattutto in attitudine di volo, si sposta a livello lombare, e nel caso dell’atleta in questione ad L5
Quasi tutte le atlete hanno una linea anteriore che cade al davanti della linea transpubica. Non si evidenzia tuttavia un atteggiamento anteriore. In effetti la linea transpubica risulta essere leggermente posteriorizzata da un atteggiamento in anteriorità del bacino. Ricordiamo che la Catena Retta Anteriore unisce D1 al sacro, prendendo pivot su 1^ costola, D1, pube e coccige. Tutte le atlete hanno un comparto addominale molto potente, quindi la CRA per effetto dei suoi punti di forza potrebbe giustificare questo atteggiamento.
Nella ginnastica artistica, la linea centrale di Gravità riveste un’importanza fondamentale per sviluppare una caratteristica imprescindibile per l’atleta: l’attitudine. Come enunciato precedentemente l’attitudine è il rapporto che la ginnasta assume rispetto al proprio sostegno. Partendo dalla posizione di attenti, che è sovrapponibile al corretto sviluppo della Linea Centrale di Gravità come la definisce J. Littlejohn, tutte le altre attitudini risentono di un’eventuale proiezione non fisiologica della suddetta.
la linea anteriore e la linea centrale di gravità devono lavorare sinergicamente per mantenere una schema funzionale corretto. Come evidenziato precedentemente tutte le atlete hanno una linea anteriore che cade al davanti della linea transpubica, dovuto al fatto che il bacino è posto in anteriorità, con conseguente iperlordosi non compensata però da cifosi, perché come visto precedentemente le disfunzioni, in particolare quelle di tipo 3 in Estensione, diminuiscono la cifosi dorsale. In questo caso non permettono nemmeno il compenso in ipercifosi. Per compensare e per poter avere comunque una linea centrale si gravità che cada anteriormente ad L3 devono iperestendere la colonna cervicale bassa e traslare in avanti OAE, anche per trovare una corretta fisiologia della Catena Retta Posteriore, che trova in C3 e in C7, oltre che D10 ed L3 i suoi punti di forza, correggendo l’interferenza del blocco dorsale. Solamente in un caso questo compenso ha provocato una sintomatologia dolorosa alla muscolatura della colonna cervicale; trattando il blocco dorsale con tecniche ad energia muscolare, la sintomatologia è scomparsa.
Tra le capacità coordinative rientra l’equilibrio che può essere statico, dinamico o in volo. Per questa attitudine è importante che l’apparato propriocettivo e gli organi deputati all’equilibrio siano in stato di perfetta funzionalità. Soprattutto nell’equilibrio in volo, laddove diminuiscono i recettori che inviano delle informazioni, diventa difficile per l’atleta coordinare i propri movimenti, finalizzati soprattutto ad una perfetta uscita dell’esercizio, che nella ginnastica artistica equivale a migliorare il punteggio della prestazione.
In volo l’atleta perde l’effetto stabilizzante degli arti inferiori sul bacino, e quando attua l’atteggiamento ad arco, il lavoro del muscolo sacrospinale si concentra sulla zona dorsolombare (D10, D11, L1, L2).
La mobilità articolare, se non attentamente controllata, può sfociare facilmente in ipermobilità e\o instabilità vertebrale. Nelle atlete che ho valutato, certamente ho riscontrato un range di mobilità al massimo dei parametri fisiologici, anche per la richiesta attitudinale del gesto tecnico e atletico, ma non ho riscontrato situazioni al di fuori dei limiti fisiologici, o addirittura sfocianti nelle condizioni di instabilità
CONCLUSIONE
La pratica della ginnastica artistica costringe a carichi di lavoro molto pressanti, soprattutto nella giovane età, perché alcune caratteristiche basilari del gesto atletico possono essere sviluppate solo quando l’atleta è in evoluzione, e l’attenzione che si deve porre verso queste atlete deve essere precisa e consapevole; trascurare le conseguenze che un gesto atletico, ripetuto innumerevoli volte per acquisirlo al meglio, possa avere sulla struttura, significa regalare conseguenze che l’atleta dovrà subire più avanti negli anni. E forse senza che nessuno capisca esattamente la causa del suo problema.
Dalla mia ricerca risulta che l’atteggiamento ad arco provoca una disfunzione del tratto dorsale basso che, se non opportunamente diagnosticato e trattato, potrebbe diventare una LESIONE OSTEOPATICA.
Di fronte ai risultati ottenuti ed in base all’esperienza messa in campo in questo periodo, si può ipotizzare qualche intervento di tipo terapeutico: nel caso in cui questa lesione ha provocato sintomatologia dolorosa, ho trovato utile recuperare il tratto dorsale in disfunzione con tecniche ad energia muscolare, che oltretutto ben si adattano alla giovane età delle atlete ed alla loro struttura fisica.
Certamente sarebbe stimolante trovare delle strategie che ci portino ad evitare che il gesto atletico compiuto dalle ginnaste, crei le disfunzioni che ho riscontrato. Qui dobbiamo opportunamente integrare l’osteopatia con altre discipline: sarebbe utile valutare, ad esempio, se attraverso tecniche di Rieducazione Posturale Globale sia possibile compensare questo problema, inserendo atteggiamenti in postura nelle metodiche di allenamento.